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L'uomo che non ha alcuna musica dentro di sé, che non si sente commuovere dall'armonia di dolci suoni, è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine. I motivi del suo animo sono foschi come la notte: i suoi appetiti neri come l'erebo. Non vi fidate di un siffatto uomo. Ascoltate la musica. (William Shakespeare "Il mercante di Venezia")

   
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Giuseppe Rensi

Apologia dell'ateismo

Dio è il non-Essere
Per molto tempo Dio fu un possibile. Cioè fu un Essere visibile e tangibile sotto certe condizioni, visibile e tangibile se... Una specie d'uomo per quanto superiore, una forma personale per quanto eccelsa, una cosa, insomma, per quanto immensa e strapotente, suscettibile di manifestarsi nello spazio e nel tempo e quindi della stessa essenziale natura di questo nostro mondo spaziale, percepibile, materiale, alcunché che stava in contesto con questo, in contesto con l'esperienza, che era oggetto d'esperienza possibile; una cosa tra le altre cose (persona tra le altre persone) cui queste altre si contrappongono e che si contrappone a esse, distinta da esse, quindi circoscritta, limitata. Con ciò, Dio possedeva quei caratteri che s'è visto costituire, soli, i caratteri dell'Essere. Così stava la cosa, per esempio, nel mondo omerico o biblico, dove Dio appare, si manifesta nel campo dei fenomeni, nello stesso piano di questi e in contesto con questi, è sensibilmente percepibile, fatto empirico, oggetto d'esperienza possibile. Così sta anche la cosa tuttavia pel pensiero di molti, forse per il pensiero comune.

Ma il pensiero filosofico (compreso in questo il pensiero teologico) cioè il pensiero critico e cosciente di sé, non disposto ad ammettere a occhi chiusi il press'a poco, il confuso, l'incompleto, s'accorse ben presto che quello non era Dio, e procedette a purificarlo di tutti i dati che con la concezione di Dio erano incompatibili. Gli tolse così ogni limitazione e circoscrizione, ogni rapporto, unità di contesto, similarità di natura con ciò che è "oggetto d'esperienza possibile". Lo fece divenire eterno, immutabile e onnipresente, cioè lo collocò fuori dello spazio e del tempo. Lo fece diventare onnicosciente, cioè provvisto d'una coscienza illimitata che non ha nulla fuori e contro di sé; invisibile e incorporeo, ossia precisamente privo di conformità con quelle "condizioni formali dell'esperienza" (consistenti nella suscettibilità di assunzione entro le forme dell'"intuizione" o percepibilità e quindi entro le categorie) che sole caratterizzano, come stabilisce Kant, ciò che è possibile; con una parola sola, lo fece diventare infinito. Ma con ciò gli tolse tutti i caratteri dell'Essere. Perché come si vide, il concetto di Essere sorge e si regge solo nella sfera di ciò che è visibile, tangibile, spaziale, temporale, esteso, materiale, di ciò che è limitato, circoscritto, condizionato.

Voler applicare questo concetto fuori di tale sfera, pretendere che d'alcunché che non abbia tali caratteri, si possa dire in qualsiasi senso è, è tale un assurdo come sarebbe pretendere di applicare l'idea del "rosso" fuori della sfera della visibilità e sostenere che, se non per noi, almeno per altre menti, qualcosa che pur non abbia alcuna relazione con la sensibilità visiva, fuori della portata di questa, anche senza l'esistenza di questa, pure può dirsi in qualche senso "rosso". Perciò profondamente vera è l'osservazione di Nietzsche: «Colui che disse: Dio è uno spirito, fece finora in terra il più gran passo e balzo verso l'incredulità»; giacché dirlo spirito significa precisamente toglierlo dal campo della "intuibilità" (percepibilità) e quindi della sussumibilità entro concetti, le quali sole fanno sì che una cosa è. Per noi? Chi ripetesse l'obiezione dimostrerebbe soltanto la sua incapacità di capire.

Darebbe a divedere di non essere ancora riuscito a intendere che le sole possibili forme dell'Essere sono le stesse forme sensibili intellettuali nostre, le stesse forme della nostra facoltà sensibilità-pensiero, le stesse forme del nostro pensiero (dei nostri concetti, in quanto legittimamente applicabili soltanto alle percezioni) – e ciò perché Essere è una nota, una determinazione, una caratterizzazione, una definizione data da queste nostre forme, che ha valore solo in rapporto a queste, e fuori di queste cade e scompare interamente, sebbene come da queste costrutta abbia anche un valore assoluto, nel senso che chiunque voglia parlare di Essere deve accettare la determinazione data a questa da coloro che ne hanno formato il concetto e la parola (i "postulati del pensiero empirico" kantiani sono, non lo si dimentichi, a priori come le categorie, e quindi assoluti e universali): preci samente come "rosso" è una sensazione che ha significato, che è qualche cosa, solo entro il campo della percezione visiva e questa supposta, che al di fuori di tale campo si smarrisce nel nulla, pur avendo valore assoluto nel senso che qualunque ente immaginabile voglia parlare di "rosso", deve accettare il rosso com'è per la percezione visiva, deve (per dir così) porsi dal punto di vista di questa, proprio perché il rosso non è che per questa. Ricordando che tutte le categorie mediante le quali noi possiamo farci il concetto di un oggetto «sono di nessun altro uso tranne che empirico né hanno affatto significato se non sono applicate a oggetti di esperienza possibile, cioè al mondo dei sensi», e che, «fuori di questo campo, esse sono semplici titoli di concetti, che si possono ammettere, ma con cui non si può comprendere nulla», Kant osserva che dunque la questione se Dio sia sostanza, se possegga la somma realtà, se sia necessario ecc., è una questione senza senso.

Ed egli avrebbe dovuto, per essere coerente alla sua dottrina, esplicitamente aggiungere, invece di quel vago "ecc." e degli equivoci con cui si sforza di giustificare la conservazione di Dio, se non come oggetto, almeno come "idea", che – essendo anche l'Essere una nostra categoria, o l'insieme di esse, e perciò richiedendo per la sua oggettività la sensazione – altrettanto senza senso e assurda è la questione se Dio sia. Se insomma noi raccogliamo tutti gli attributi di Dio nella qualificazione, che tutti li comprende, di infinito, il dilemma che invincibilmente ci incalza è il seguente. O Dio è limitato, circoscritto, conforme alle condizioni formali dall'esperienza, oggetto fra oggetti, e non è più Dio.

O è infinito e allora cade fuori dell'Essere, è non Essere. O Essere e non-Dio, o Dio e non-Essere.

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