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L'uomo che non ha alcuna musica dentro di sé, che non si sente commuovere dall'armonia di dolci suoni, è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine. I motivi del suo animo sono foschi come la notte: i suoi appetiti neri come l'erebo. Non vi fidate di un siffatto uomo. Ascoltate la musica. (William Shakespeare "Il mercante di Venezia")

   
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Pierre-Joseph Proudhon

Critica della proprietà e dello Stato

Se dovessi rispondere alla domanda «che cos’è la schiavitù?» e rispondessi dicendo «è un assassinio», il mio pensiero sarebbe subito compreso. Non avrei bisogno di un lungo discorso per dimostrare che il potere di privare l’uomo del pensiero, della volontà, della personalità, è un potere di vita e di morte, e che rendere schiavo un uomo significa assassinarlo. Perché dunque alla domanda «che cos’è la proprietà?» non posso rispondere «è un furto», senza avere la certezza di non essere compreso, benché questa seconda proposizione non sia che una trasformazione della prima? [...]

Nel secolo dominato dalla moralità borghese in cui ho avuto la ventura di nascere, il senso morale è talmente indebolito che non mi meraviglierei affatto di sentirmi chiedere da più di un onesto proprietario che cosa trovi di ingiusto e di illegale in tutto ciò. Anima di fango! cadavere galvanizzato! come si può sperare di convincerti se il furto in atto non ti sembra evidente? Un uomo, con dolci e insinuanti parole, trova il modo di far contribuire gli altri alla propria sistemazione; poi, una volta arricchito grazie allo sforzo comune, rifiuta di procurare, alle condizioni da lui stesso stabilite, il benessere di coloro ai quali deve la sua fortuna; e tu chiedi che cosa ci sia di fraudolento in una simile condotta! Con il pretesto di aver pagato i suoi operai, di non dover loro più nulla, di non poter trascurare le proprie occupazioni per mettersi al servizio altrui, egli rifiuta di aiutare gli altri nella loro sistemazione, come essi l’hanno aiutato nella sua; e quando, nell’impotenza del loro isolamento, questi lavoratori derelitti vengono a trovarsi nella necessità di vendere la loro parte, lui, questo proprietario ingrato, questo furfante arricchito, è pronto a consumare la loro spoliazione e la loro rovina.

E tu puoi trovare giusto tutto ciò! Perché bada ch’io leggo nel tuo sguardo sorpreso ben più il rimprovero di una coscienza colpevole che non l’ingenuo stupore di una involontaria ignoranza. Il capitalista, si dice, ha pagato le giornate degli operai; per l’esattezza, bisognerebbe dire che il capitalista ha pagato tante volte una giornata quanti sono gli operai impiegati ogni giorno, il che non è affatto la stessa cosa. Infatti, quella forza immensa che risulta dall’unione e dall’armonia dei lavoratori, dalla convergenza e dalla simultaneità dei loro sforzi, egli non l’ha pagata. Duecento granatieri in poche ore hanno eretto l’obelisco di Luxor sulla sua base; si può supporre che un solo uomo, in duecento giorni, ci sarebbe riuscito? E tuttavia, nel conto del capitalista, la somma dei salari sarebbe stata la stessa. Ebbene, un deserto da mettere a coltura, una casa da costruire, una manifattura da mantenere in esercizio, è come l’obelisco da sollevare, come una montagna da spostare. Il più piccolo patrimonio, il più modesto stabilimento, l’attivazione della più mediocre industria, esige un concorso di lavoro e di capacità tanto diverse che un uomo da solo non ci riuscirebbe mai.

È stupefacente che gli economisti non l’abbiano notato. Facciamo dunque il bilancio di quel che il capitalista ha ricevuto e di quel che ha pagato. Al lavoratore occorre un salario che lo faccia vivere mentre lavora, perché egli non produce che consumando. Chiunque dia lavoro a un uomo, gli deve nutrimento e mantenimento, oppure un salario equivalente. È questa la prima parte da fare nella ripartizione di ogni prodotto. Concedo, per il momento, che a questo riguardo il capitalista abbia fatto il suo dovere.

   
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