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La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perchè priva del legame di servitù é il sapere più nobile (Aristotele) - La morte non va temuta perchè quando ci siamo noi non c'é lei e quando c'é lei non ci siamo noi ( Epicuro ) - La religione è l'oppio del popolo (Marx) - La religione é un narcotico con cui l'uomo controlla la sua angoscia, ma ottunde la sua mente (Freud) - L'uomo è nato libero e ovunque è in catene (Rousseau) - L'intelligenza è invisibile per l'uomo che non ne possiede (Schopenhauer) - L’uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa (Sartre) - Per vivere soli bisogna essere o un animale o un dio,dice Aristotele. Manca il terzo caso:bisogna essere l'uno e l'altro, un filosofo (Nietzsche) - Se ad un Dio si deve questo mondo, non ci terrei ad essere quel Dio: l'infelicità che vi regna mi strazierebbe il cuore (Schopenhauer) - Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze (Bobbio) - Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà (Epitteto) - La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva (Hume) - L'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono, per quanto sono, e di quelle che non sono, per quanto non sono (Pratagora) - Tutto è follia fuorchè il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto (Leopardi) - Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare (Nietzsche) - Cogito ergo sum (Cartesio) - La filosofia non è un tempio, ma un cantiere (Georges Canguilhem) - Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere (Wittgenstein) - Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire (Seneca) - Occhio per occhio... e il mondo diventa cieco (Gandhi) - Un esperto è una persona che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di nulla (Max Weber) - Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi (B. Russell) - E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio (Albert Einstein) - La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare (Arthur Schopenauer) - La Chiesa é esattamente ciò contro cui Gesù predicò e contro cui insegnò ai suoi discepoli a combattere (Nietzsche) - Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno (Albert Einstein) - Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare (M. Foucault)

   
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Michail Bakunin

La libertà degli uguali

 

Gli idealisti di tutte le scuole, aristocratici e borghesi, teologi, metafisici, politicanti e moralisti, religiosi, filosofi e poeti – non eccettuati gli economisti liberali, sfrenati adoratori dell’ideale – si offendono molto allorché si dice loro che l’uomo, con la sua meravigliosa intelligenza, le sue idee sublimi, e le sue aspirazioni infinite non è, come del resto tutto ciò che esiste nel mondo, che un prodotto della vile materia. Noi potremmo rispondere loro che la materia di cui parlano i materialisti – materia spontaneamente ed eternamente mobile, attiva, produttiva; materia chimicamente o organicamente determinata e manifestata con le proprietà o forze meccaniche, fisiche, animali e intellettuali che le sono necessariamente inerenti – non ha niente in comune con la vile materia degli idealisti. Quest’ultima, prodotto della loro falsa astrazione, è effettivamente un’entità stupida, inanimata, immobile, incapace di dar vita alla più piccola cosa, un caput mortum, una brutta immagine opposta alla immagine bella che essi chiamano Dio, l’Essere supremo di fronte al quale la materia, la loro materia, spogliata da loro stessi di ciò che ne costituisce la natura reale, rappresenta necessariamente il supremo Nulla.

Essi hanno tolto alla materia l’intelligenza, la vita, tutte le qualità determinanti, i rapporti attivi o le forze, il movimento stesso, senza il quale la materia non sarebbe nemmeno pesante, non lasciandole altro che l’impenetrabilità e l’immobilità assoluta nello spazio. Essi hanno attribuito tutte queste forze, proprietà e manifestazioni naturali all’Essere immaginario creato dalla loro astratta fantasia; poi, invertendo le parti, hanno chiamato questo prodotto della loro immaginazione, questo Fantasma, questo Dio che è il Nulla, «Essere supremo». E per conseguenza necessaria, hanno affermato che l’entità reale, la materia, il mondo, era il Nulla. Dopo di che vengono a dirci seriamente che questa materia è incapace di produrre qualcosa, e che quindi essa ha dovuto essere creata dal loro Dio. Nell’«Appendice» ho messo a nudo le assurdità veramente ripugnanti alle quali si è fatalmente sospinti dalla concezione di un Dio, sia esso personale, creatore e ordinatore dei mondi, sia esso impersonale e considerato come una specie di anima divina diffusa in tutto l’universo, del quale costituirebbe così il principio eterno; o ancora come idea infinita e divina, sempre presente e attiva nel mondo e manifestata dalla totalità degli esseri materiali e finiti. Mi limiterò a trattare un solo punto.

Si concepisce perfettamente lo sviluppo successivo del mondo materiale, al pari di quello della vita organica, animale, e dell’intelligenza storicamente progressiva, tanto individuale quanto sociale, dell’uomo nel mondo. È un movimento del tutto naturale dal semplice al composto, dal basso all’alto, dall’inferiore al superiore; un movimento conforme a tutte le nostre quotidiane esperienze e, di conseguenza, alla nostra logica naturale, alle leggi proprie del nostro spirito, il quale, non formandosi mai e non potendo svilupparsi se non con l’aiuto di queste stesse esperienze, non ne è che la riproduzione cerebrale, o il riassunto riflesso. Il sistema degli idealisti ci presenta tutto il contrario. È il rovesciamento assoluto dell’esperienza umana, è la negazione di quel buon senso universale e comune che non solo è la condizione essenziale di ogni intesa umana, ma che partendo da una verità così semplice e anticamente conosciuta che due e due fanno quattro, fino alle considerazioni scientifiche più sublimi e complesse, non ammettendo mai nulla che non sia severamente confermato dall’esperienza e dall’osservazione delle cose e dei fatti, costituisce l’unica base seria delle conoscenze umane. Invece di seguire la via naturale dal basso all’alto, dall’inferiore al superiore e dal relativamente semplice al più complicato; invece di accompagnare saggiamente, razionalmente, il moto progressivo e reale dal mondo chiamato inorganico al mondo organico, vegetale, animale, e poi specificamente umano; dalla materia o dall’essere chimico alla materia o all’essere vivente, e dall’essere vivente all’essere pensante, gli idealisti, come ossessi ciechi, sospinti dal fantasma divino che hanno ereditato dalla teologia, infilano la via assolutamente opposta. Essi vanno dall’alto al basso, dal superiore all’inferiore, dal complicato al semplice.

Essi cominciano da Dio, sia come persona sia come sostanza o idea divina, e il primo passo che fanno è un terribile capitombolo dalle altezze sublimi dell’eterno ideale nel fango del mondo materiale; dalla perfezione assoluta alla imperfezione assoluta; dal pensiero all’essere, o piuttosto dall’Essere supremo al Nulla. Quando, come e perché l’Essere divino, eterno, infinito, il Perfetto assoluto, probabilmente annoiato di se stesso, si sia deciso a questo salto mortale disperato, ecco ciò che nessun idealista, teologo, metafisico, poeta ha mai saputo comprendere né spiegare ai profani. Tutte le religioni passate e presenti e tutti i sistemi di filosofia trascendentale ruotano su questo unico e iniquo mistero. Santi uomini, legislatori inspirati, profeti, messia, tutti vi hanno cercato la vita e vi hanno trovato la tortura e la morte. Come la sfinge antica, quel mistero li ha divorati, perché non hanno saputo spiegarlo. Grandi filosofi, da Eraclito e Platone fino a Descartes, Spinoza, Leibnitz, Kant, Fichte, Schelling ed Hegel, per non parlare dei filosofi indiani, hanno scritto pile di volumi e hanno creato dei sistemi tanto ingegnosi quanto sublimi, nei quali hanno trattato di sfuggita di molte belle e grandi cose e hanno scoperto verità immortali, che però hanno lasciato questo mistero, oggetto principale delle loro investigazioni tra scendentali, insoluto come lo era stato in passato.

E poiché gli sforzi giganteschi dei più grandi geni che il mondo conosce – e che, per trenta secoli almeno, hanno intrapreso sempre di nuovo questo lavoro di Sisifo – non hanno avuto altro risultato che di rendere il mistero ancora più incomprensibile, possiamo noi forse sperare che ci possa essere svelato dalle ordinarie speculazioni di qualche pedante discepolo di una metafisica artificialmente riscaldata, in quest’epoca in cui tutti gli spiriti vivi e seri si sono allontanati da questa scienza equivoca, nata da una transazione, certo spiegabile storicamente, tra la stoltezza della fede e la sana ragione scientifica?

È evidente che questo terribile mistero è inspiegabile, vale a dire assurdo, perché l’assurdo soltanto non si lascia affatto spiegare. È evidente che chiunque ne ha bisogno per la sua felicità, per la sua vita, deve rinunciare alla ragione e, ritornando se può alla fede ingenua, cieca, stupida, deve ripetere con Tertulliano e con tutti i credenti sinceri queste parole che riassumono la quintessenza stessa della teologia: Credo quia absurdum. Allora ogni discussione cessa, e rimane soltanto la stupidità trionfante della fede. Ma ecco subito sorgere un’altra domanda: come può nascere in un uomo intelligente e istruito il bisogno di credere in questo mistero? Che la credenza in Dio, creatore, ordinatore, giudice, padrone, maledicente, salvatore e benefattore del mondo, si sia conservata nel popolo e soprattutto nelle popolazioni rurali, molto più che nel proletariato delle città, è del tutto naturale. Il popolo, sventuratamente, è ancora ignorantissimo e mantenuto nell’ignoranza dagli sforzi sistematici di tutti i governi, che la considerano con molta ragione come una delle condizioni essenziali della loro propria potenza. Schiacciato dal suo lavoro quotidiano, privo di agiatezza, di scambio intellettuale, di letture, infine di quasi tutti i mezzi e di una gran parte degli incentivi che sviluppano la riflessione negli uomini, il popolo accetta – quasi sempre senza critica e in blocco – le tradizioni religiose che lo avviluppano sin dalla tenera età, in tutte le circostanze della sua vita, e che artificialmente mantenute nel suo seno da una folla di avvelenatori ufficiali di ogni specie, preti e laici, si trasformano dentro di lui in una specie di abitudine mentale, troppo spesso più potente del suo stesso buon senso naturale.

C’è un’altra ragione che spiega e legittima in qualche modo le credenze assurde del popolo. Questa ragione è la condizione miserabile nella quale si trova fatalmente condannato dall’organizzazione economica della società nei Paesi più civili di Europa. Ridotto sotto il rapporto materiale al minimo di esistenza umana, chiuso nella sua vita come un prigioniero nella sua prigione, senza orizzonte, senza uscita e, se si deve credere agli economisti, anche senza avvenire, il popolo dovrebbe avere l’animo particolarmente angusto e l’istinto piatto dei borghesi per non provare il bisogno di uscirne; ma non ha che tre mezzi: due fantastici e il terzo reale. I primi due sono la taverna e la chiesa, la dissolutezza del corpo o quella dello spirito; la terza è la rivoluzione sociale. Per cui deduco che quest’ultima soltanto, molto più i tutte le propagande teoriche dei liberi pensatori, sarà capace di distruggere completamente le credenze religiose e le abitudini dissolute nel popolo, credenze e abitudini che sono intimamente legate tra loro più di quanto si supponga, e che soltanto la rivoluzione sociale, sostituendo ai godimenti illusori e brutali della sfrenatezza corporale e spirituale le gioie delicate e reali di un’umanità pienamente realizzata in ciascuno e in tutti, avrà la potenza di chiudere nello stesso tempo tutte le taverne e tutte le chiese. Fino a quel tempo, il popolo, preso in massa, crederà, e se non ha ragione di credere, ne avrà per lo meno il diritto.

 

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